L'importanza e il valore di essere un gregario: Umberto Bertapelle e gli Esordienti gialloverdi - S.S.D. Virtus Romano 1983
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L’importanza e il valore di essere un gregario: Umberto Bertapelle e gli Esordienti gialloverdi

L’importanza e il valore di essere un gregario: Umberto Bertapelle e gli Esordienti gialloverdi

Il calcio non è fatto solo di tecnica, forza fisica, visione di gioco. In ogni squadra non ci sono solo “top players”, ma anche gregari, capaci di mettersi, in vari modi, a servizio del gruppo e a darne senso. È il caso di Umberto Bertapelle, degli Esordienti 2006.

Respira da un paio d’anni l’aria del calcio, ma dentro questo mondo ci sta bene per la sua educazione, gentilezza, per l’affetto che prova per tutti i suoi compagni. Poco appariscente, ma dal cuore grande, merita un attestato di stima.

Ci ha parlato di lui, Giovanni Andreatta, istruttore Esordienti 2006 della Virtus Romano.

«Umberto è fermo da prima di Natale per un problema alle ginocchia legato alla crescita. Nonostante questo, viene a tutte le partite: sta in panchina e si mette a disposizione. Il papà è uno dei miei tre dirigenti accompagnatori, ma lui non viene perché segue il padre: molte volte quest’ultimo non può esserci per questioni di lavoro (è infermiere) e Umberto viene comunque ad aiutare. Serve il the, si ferma a pulire gli spogliatoi e fa tutto quello che può per rendersi utile. È sempre molto positivo, molto simpatico, ha sempre la battuta pronta e i compagni gli vogliono un gran bene. È proprio un ragazzo che si fa ben volere e merita tutta la nostra stima.

Questo è il primo anno che lavoro con questo gruppo e devo dire che ho trovato ragazzi di 12/13 anni estremamente eterogeneo ed estremamente compatto. L’unico problema è quello che, oltre ad Umberto, abbiamo molti altri infortunati. Sono nell’età della crescita, un periodo delicato: c’è chi ha male ai talloni, chi ha problemi alle ginocchia… ci sono tante assenze, ma sono legate, appunto, all’età.

Tecnicamente devono ancora crescere: devono imparare a pensare non più a loro stessi, ma agli altri, mettendo prima la squadra che il singolo. Gran parte del mio lavoro si basa su questo, insegnare loro a guardarsi intorno, a guardare i compagni, piuttosto che concentrarsi sui loro piedi. Come gruppo devono imparare, ancor prima del rispetto delle regole, il piacere di giocare insieme. Credo sia la cosa più importante».

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